Non so se il riso o la pietà prevale»
Una chiamata.
Quel tipo di chiamata che non vorremmo mai ricevere.
Chi resta?

Resta una Pupazza in scena – figura archetipica, fragile e grottesca, metà corpo e metà oggetto.
Porta maschere, inciampa, resiste con goffi e disperati tentativi di restare viva.
Resta il riso, resta la pietà.
Resta la lotta – buffonesca e sacra – della sopravvivenza.
In questo lavoro interroghiamo la soglia: tra morte e vita, tra umano e divino, tra comico e tragico. La scena si popola di figure ambigue: servitori degli dei, emissari o caricature del sacro. Compaiono simulacri – persino la figura mariana, la Pupazza più grande di tutte, insieme icona e oggetto da banco.
Maria non appare solo come madre di Dio, ma come madre di tutti, portata in processione. Un rapporto confidenziale, talvolta tenero, persino ironico: una sacralità quotidiana, affettuosa, umana.
Dio si cela, si traveste, si vende. I suoi servitori danno e tolgono.
La Pupazza “resta diritta”, resiste, si redime nel gesto poetico.

Durante una residenza a Mazara del Vallo abbiamo esplorato il lutto e il commiato, raccogliendo testimonianze di chi resta: gesti quotidiani, cimeli, biancheria, fotografie, riti, cibo. Tutto ciò che, nella materia più semplice, diventa traccia del sacro.
In questo percorso abbiamo incontrato il libro Il grido e la carezza di
Mariella Combi, che ha fornito tessitura e ordito alla nostra scrittura
scenica.
Un ritratto liturgico in cui si mescolano performance, danza, musica e poesia.
Un libretto d’opera accompagna l’azione scenica, con partiture
musicali, testi poetici e immagini. Le “scene” diventano “movimenti”: ciascuno con un titolo, una traiettoria, un ritmo. Un continuum performativo in cui musica dal vivo e gesto teatrale dialogano costantemente.
Ci ispiriamo alle tradizioni che, nel mondo, rifiutano la morte come
evento unicamente tragico: dal Día de los Muertos messicano, dove i defunti vengono accolti con banchetti, altari e pupazzi colorati, alle ritualità popolari del Sud Italia, dove il commiato è accompagnato da cibi rituali,veglie collettive e persino festeggiamenti in onore di chi se ne va.

Ci ispiriamo a queste tradizioni perché siamo stanchi.
Perché siamo arrabbiati.
Perché non riusciamo a reggere il tragico da soli.
Perché non siamo capaci.
E allora ci aggrappiamo all’arte – a quel gesto inutile e necessario – per provare a credere in qualcosa.
Per provare a credere, ancora.
A modo nostro, sulla scena, ci proviamo.
Forse è una messa profana, forse una danza funebre.
Forse un divertimento alla maniera di Mozart, dove la morte si traveste da burattinaia e la risata diventa forma di grazia.
Come suggeriva Henri Bergson, ridiamo quando il meccanismo invade il vivente, quando la vita inciampa, e in quell’inciampo si rivela.
Così, forse, anche nel dolore: ciò che ci fa tremare ci fa anche sorridere.
Forse Dio è lì, in quel tremore.
Nascosto tra le grinze di una risata storta, o nel silenzio dopo il pianto.
Non sappiamo se il riso o la pietà prevarranno.
Ma li porteremo entrambi in scena. Insieme.

Selezione di foto tratte dal processo di regia in corso

Questo progetto è stato ospitato da C32 Performingartworkspace, Forte Marghera, Venezia;
il Complesso Monumentale Filippo Corridoni a Mazara del Vallo, Trapani;
dall’Associazione Culturale Cento4, Bergamo;
Ass. Isabelle il capriolo, Bergamo.

Con la consulenza alla regia di Massimo Lanzetta